martedì 11 ottobre 2016

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sabato 26 settembre 2015

26 settembre 1997: la forza della natura vs. l’arte moderna



26 settembre 1997, ore 02:33

Umbria e Marche tremano. Un sisma di magnitudo 5,8, VIII-IX grado della scala Mercalli, scuote la notte con epicentro nella piccola frazione ternana di Cesi. La marchigiana Collecurti, piccolo borgo montano nel comune di Serravalle di Chienti, si trasforma in un ammasso di pietre e calcinacci che la rendono irriconoscibile, quasi fosse stata vittima di un bombardamento aereo. Due anziani coniugi, Francesco e Marietta, sorpresi dal sisma in piena notte, si stringono forte sotto le lenzuola: verranno ritrovati così all’alba, morti sotto le macerie ma ancora abbracciati.

Al mattino iniziano i lavori di soccorso agli sfollati e di ricognizione degli edifici, mescolati subito alle proteste per ciò che non era stato fatto nei mesi precedenti. Era infatti dal mese di maggio che si erano iniziati a verificare eventi sismici con epicentro nella provincia di Perugia, con una nuova scossa importante la notte del 4 settembre.

I comuni più colpiti sono, nelle Marche, Fabriano, Serravalle di Chienti e Camerino, in Umbria, Foligno, Nocera Umbra, Preci, Sellano e Assisi.
 
Giotto, Saluto di Santa Chiara e delle sue compagne a San Francesco, affresco, 1295-1299 ca., 230x270 cm
  

Paul Sabatier, 1893

“In uno degli affreschi della chiesa superiore di Assisi, Giotto ha rappresentato santa Chiara e le sue compagne che escono piangenti da San Damiano per baciare il cadavere del loro padre spirituale portato alla sua ultima dimora.

“Con libertà tutta artistica, della cappella ha fatto una ricca chiesa, rivestita di marmi preziosi.

“Fortunatamente il vero San Damiano sussiste ancora, seminascosto a pie’ d’un oliveto, come una lodola a pie’ d’una ginestra; conserva ancora i suoi poveri muri costruiti di pietre irregolari, come quelle dei muri dei campi vicini. Qual’è più bello, il tempio ideale sognato dall’artista o la povera cappella nella sua realtà? Nessuno che abbia cuore vorrà esitare.

“Gli storici ufficiali di san Francesco hanno fatto per la biografia del Santo come Giotto per il piccolo santuario, e non gli hanno reso davvero un buon servizio. Gli abbellimenti aggiunti alla vita di lui hanno fatto dimenticare il san Francesco vero e reale, che è tanto più bello.”


26 settembre 1997, ore 09:30

Paul Sabatier, pastore calvinista, è stato il primo biografo moderno di San Francesco, fondatore, nel 1902, della Società Internazionale di Studi Francescani. La sua opera Vita di S. Francesco d’Assisi ha dato nuovo lustro alla vita del santo assisano, creando la base di una ricerca, tuttora attiva, mirata alla ricostruzione del personaggio storico non sempre corrispondente alla figura del santo stigmatizzato e autore di molti miracoli che la Chiesa ha ricreato dopo la sua morte. Il suo riferimento a Giotto non è da leggersi come una critica all’artista, ma come un mero termine di paragone per dimostrare, con la forza dell’immagine che contrasta la realtà, la differenza tra il suo nuovo modo di presentare la vita di San Francesco e la storia che invece abbiamo ricevuto dai cosiddetti “biografi ufficiali”.

Intanto a Nocera Umbra la Protezione Civile dichiara inagibile oltre 3/4 degli edifici. Nelle due regioni colpite dal sisma vengono chiuse molte scuole ed edifici pubblici, oltre ai tanti edifici di culto di epoca medievale, destinati a ricognizioni speciali. Primo fra tutti, il Sacro Convento di San Francesco ad Assisi, per il quale viene istituita un’apposita commissione di verifica. Nonostante le  critiche per la mancata prevenzione, le istituzioni preposte convergono nell’idea che l’evento sismico di maggiore intensità sia ormai trascorso, e che nelle giornate successive ci saranno solo scosse di assestamento.
 


A Nocera Umbra lo stadio comunale accoglie gli sfollati


Un’equipe composta da tecnici, ingegneri, storici dell’arte, giornalisti e frati locali accede per un sopralluogo alla Basilica Superiore di San Francesco, che per la circostanza è fortunatamente chiusa ai fedeli. Gli esperti iniziano a raccogliere, analizzare e catalogare tutti i frammenti degli affreschi che già dalla notte i restauratori stanno recuperando, mentre un deposito di polvere è sparso ovunque. I residui vengono direttamente dalle volte, che durante il sisma sono fuoriuscite dalle basi di appoggio per poi adagiarvisi nuovamente. Questo mette le volte stesse in enorme instabilità e in grave pericolo di crollo. Ma purtroppo i tecnici che operano la ricognizione non sono ancora riusciti a ricostruire tale dinamica.


Paul Sabatier, 1893

“La prima volta che fui in Assisi vi arrivai nel colmo della notte; era il mese di giugno. Quando apparve il sole, tutto inondando di calore e di luce, parve che l’antica basilica si scotesse ad un tratto, quasi volesse parlare e cantare; gli affreschi di Giotto, poco dianzi invisibili, si animavano di una vita strana; si sarebbero detti dipinti il giorno innanzi, tanto erano vivi, e tutto vi si moveva, senza che nulla vi fosse di sinistro, né di disordinato.

“Vi ritornai sei mesi dopo; avevano rizzato un ponte in mezzo alla navata; su quello un critico d’arte esaminava le pitture e, siccome il tempo era scuro, proiettava sulle pareti i raggi di una lampada a riflettore, ed allora si vedevano sporgere bracci, venir fuori visi senza unità, senza armonia; le figure più deliziose prendevano qualche cosa di bizzarro e di grottesco. Discese trionfante con un cartone pieno di schizzi; qui un piede, là un muscolo, più giù una parte di viso, ed io non potei fare a meno di pensare agli affreschi come li avevo visti inondati di sole. E sole e lampada illudono, trasformano quello che ci fanno vedere; ma, per esser sincero, debbo confessare la mia predilezione per le illusioni del sole. La storia è un paesaggio, come quelli della natura, cambia senza posa; due persone che l’osservano nello stesso tempo non vi trovano la stessa grazia, e voi stessi, se l’aveste continuamente sotto gli occhi, non lo vedreste uguale due volte.”


26 settembre 1997, ore 11:42

 
Immagini registrate da Umbria TV durante la ricognizione dei tecnici


Un boato improvviso, un rumore sordo e profondo. La terra trema ancora, e con essa anche il Sacro Convento di San Francesco. Il terremoto è più forte di quello notturno, magnitudo 6,1 e IX grado Mercalli. Nella Basilica Superiore tutti si rendono conto immediatamente di non essere al sicuro. Tutti fuggono, cercando riparo.. Le volte della basilica vengono nuovamente spinte in alto dal movimento terrestre, per poi ricadere sui costoloni. Ma la Volta dei Dottori della Chiesa non si riaggancia nuovamente alla base e si sbriciola all’istante. Padre Angelo Api, il seminarista Zdzislaw Borowiec, i due tecnici Bruno Brunacci e Claudio Bugiantella, si dirigono di corsa verso la luce che proviene dal portale d’ingresso, sperando di raggiungere al più presto il piazzale esterno. La volta in frantumi li travolge, uccidendoli sul colpo. Altre quattro vittime saranno recuperate nel resto del territorio interessato al sisma, che, insieme ai due anziani coniugi periti nella notte, portano a 10 il numero totale dei decessi.

 
La Volta dei Dottori della Chiesa dopo il sisma del 26 settembre 1997
 
 26 settembre 2015

Dopo 18 anni, quasi non si direbbe che in quelle zone, e in particolare ad Assisi, un violento terremoto abbia distrutto edifici e ucciso persone. Di sicuro sono state tante le voci che si sono levate per via dei fondi stanziati prima per la riparazione della Basilica di San Francesco e poi per la ricostruzione delle case per gli sfollati. Ma ad oggi i dati ufficiali sembrano certificare il rientro nelle proprie abitazioni per il 97% degli sfollati.

Una percentuale impensabile in altri contesti. Ma ancora più notevole è il lavoro effettuato all’interno del Sacro Convento francescano, per salvaguardare quanto di “miracoloso” aveva osservato Sabatier un secolo prima. Quello che lo scrittore aveva notato, nella particolare “animazione” che la luce del sole procurava agli affreschi, non era certo un effetto involontario.

Al tempo di Cimabue, la superficie pittorica era considerata un’area essenzialmente bidimensionale. L’affresco era come una pagina miniata, con un’immagine in primo piano e altri elementi di corredo puramente decorativi. Giotto trasforma questo modo di trattare l’affresco e, pur se ancora lontano dalla prospettiva rinascimentale, crea nei suoi dipinti la terza dimensione. I suoi affreschi, oltre alle figure principali, possiedono uno sfondo attivo, non decorativo. Le scene si animano, i comprimari di San Francesco mostrano le loro emozioni, svolgono azioni di vita quotidiana, parlano, cantano, osservano. I singoli episodi sembrano tableaux vivants, separati da colonne che simulano un loggiato e inseriti in cornici dipinte in diagonale così da far apparire i quadri come fossero pannelli incastonati nel muro.

L’effetto visivo percepito da Sabatier deriva probabilmente anche dalla particolare forma delle aureole dorate presenti sul capo di Francesco e delle altre figure divine. Esse erano realizzate con un supplemento di intonaco, in modo da creare un rilievo che fuoriusciva dalla superficie dell’affresco. Ricoperte di oro zecchino, le aureole svolgevano la funzione di veri e propri specchi che riflettevano la poca luce degli ambienti, illuminando il volto dei personaggi su cui erano posizionate.

Nel ciclo delle Storie di San Francesco, Giotto, come scrisse Cennino Cennini, “ridusse al moderno” l’arte di dipingere, apportando rivoluzioni continue nel modo di approcciarsi all’immagine. Una delle più significative è quella che noi oggi, grazie all’innovazione tecnologica, definiamo 3D. La capacità di riprodurre l’immagine in maniera verosimile, inserendo al suo interno anche la terza dimensione, è stata ideata in pittura oltre 700 anni fa.

Giotto, Presepe di Greccio, affresco, 1295-1299 ca., 230x270 cm
 

Ed è per questo che il mondo intero si mobilita perché quel gioiello ineguagliabile che è il Sacro Convento di Assisi, dove si incontrano i primi vagiti dell’arte moderna e della letteratura italiana, sia messo al più presto al riparo e in condizione di non subire più danni consistenti. Un capolavoro di ingegneria architettonica che molti avevano definito inizialmente “il cantiere dell’utopia” per l’ingente e difficilissima mole di lavoro necessaria e l’arduo proposito di riaprire l’edificio per il Giubileo del 2000.

Dopo 24 mesi dal sisma le volte sono ormai sicure con interventi di alta ingegneria e ricostruzioni artistiche impeccabili degli affreschi. Il 29 novembre 1999 il portale d’ingresso apre nuovamente ai fedeli, perfettamente in tempo per la celebrazione dell’anno giubilare e con complimenti e ammirazione da ogni parte del mondo.

Tra la forza incontrastata della natura e l’emozione impareggiabile dell’arte moderna, almeno per il momento, la prima deve ancora lasciarsi guidare e rappresentare dalla seconda.

domenica 20 settembre 2015

31 anni di Robinson

Il 20 settembre 1984 la rete TV americana NBC trasmetteva "Theo's Economic Lesson", episodio pilota della sitcom The Cosby Show. In quel primo anno, la serie TV ebbe un successo planetario. In Italia i diritti furono acquistati dalla Fininvest, che iniziò a mettere in onda la serie a partire dal 1986 con il titolo I Robinson.

L'enorme successo non derivò da una sapiente raccolta di battute in situazioni comiche legate all'esasperazione dei soliti stereotipi, ma fu il risultato di una ragionata esaltazione dell'unità della famiglia e del ruolo formativo dei genitori nella società moderna. Un'opera costruita quasi per intero dal suo protagonista principale, Bill Cosby, a cui fa riferimento il titolo originale della serie (mentre in altri paesi, come in Italia, è stato utilizzato il cognome del personaggio principale, Cliff Robinson, variato rispetto all'originale e difficilmente pronunciabile Huxtable).


Bill Cosby è Cliff Robinson


La serie era stata pensata da Cosby come una risposta al continuo aumento della violenza e delle volgarità nei programmi televisivi, alle quali risponde proponendo il personaggio di Cliff Robinson, un padre apprensivo, dedito al lavoro e alla famiglia, senza vizi, ma molto simpatico e anche moderno nella gestione della prole. Cresce i suoi figli con saggezza e ironia, e anche nei momenti difficili affronta le situazioni con una buona dose di sarcasmo, che gli permette di indirizzare le decisioni dei figli senza fare alcun uso della violenza sia fisica che verbale.

Una dimostrazione viene data già dal primo episodio, in cui il discolo Theo, dopo l'ennesima pagella negativa, comunica di non avere alcuna intenzione di proseguire gli studi, intendendo invece iniziare a lavorare. Il padre, con tutta la pazienza possibile, gli dimostra quanto sia necessario lo studio per avere maggiori possibilità nel futuro, sentenziando poi tutto con la frase "Io sono tuo padre, e come ti ho messo al mondo così ti ci tolgo".

La modernità di Cliff Robinson sta anche nel rapporto con la consorte. I due sono legati da un sentimento genuino, onesto, continuamente stuzzicato e rinsaldato. Marito e moglie non nascondono la loro passione e il loro desiderio anche fisico, se non alle figlie più piccole, che al termine del primo episodio irrompono nella camera da letto dei genitori proprio mentre questi si stanno preparando al "sistema più efficace per aumentare l'indice di ascolto" (che, nella versione italiana, Cliff, con la voce inconfondibile di Ferruccio Amendola, sottolinea con la battuta "Ma si, facciamo contento Berlusconi").

Una sitcom nuova, moderna e grottesca, che dispensa emozioni e lezioni di umanità insieme a tantissime risate, oltre ad offrire al pubblico uno straordinario repertorio musicale, grazie anche ad alcuni cammei di personalità come Dizzy Gillespie, Stevie Wonder e B. B. King.


La famiglia Robinson


Una famiglia, quella dei Robinson, appartenente alla colta e agiata classe borghese americana, un fattore da non tenere certo in poco conto, dato che permette di eliminare fin da subito lo stereotipo della famiglia afroamericana che deve darsi da fare per ottenere un posto nella società partendo dal basso. I coniugi Robinson sono professionisti colti e raffinati (ginecologo lui, avvocato lei), cercano di insegnare ai figli l'educazione e le regole per comportarsi bene nel mondo esterno e vivono la loro quotidianità nella più sincera e naturale ironia, lasciando fuori dal racconto ogni riferimento alle problematiche razziali e senza fare mai appiglio ad un "sentimento di appartenenza nera" che il colore della pelle potrebbe banalmente suggerire.

8 stagioni, 201 episodi, più di 80 ore di spettacolo ancora oggi modernissimo. Peccato che, nonostante l'estrema personalizzazione della serie nel suo autore e protagonista, questi si sia poi rivelato, nella sua vita privata, completamente diverso dal suo alter ego sul piccolo schermo: molto meno fedele e gentiluomo, e sicuramente meno fortunato.







lunedì 4 maggio 2015

L'ultimo volo del Grande Torino



4 maggio 1949, ore 9:40, aeroporto di Lisbona. Il trimotore Fiat G 212 decolla e si dirige verso Torino per riportare a casa l’Associazione Calcio Torino, reduce da una gara amichevole giocatasi nella capitale portoghese contro il Benfica. In quegli anni, in cui il calcio è una delle tante attività che favoriscono la ricostruzione fisica e morale sulle macerie della seconda guerra mondiale, il Torino è il dominatore assoluto della scena calcistica italiana.

 
Sembra che l’effetto di un tessuto impregnato di sangue rappreso sia stato alla base della scelta del colore granata per la società torinese. Una società che sta vivendo un periodo caratterizzato da continui successi e dalla voglia di raggiungere al più presto, nell’albo dei titoli, i rivali regionali della Pro Vercelli (ormai in serie C) ma soprattutto i nemici cittadini della Juventus. La situazione storica del campionato italiano, in quella primavera del 1949, vede in cima alla classifica degli scudetti vinti il Genoa e la Juventus (9 titoli), seguite dalla Pro Vercelli (7) ormai in decadenza e dal Bologna (6). Il Torino e l’Inter possiedono 5 scudetti, ma la formazione granata è pronta a raggiungere i bolognesi, grazie all’ennesima cavalcata trionfale che i giocatori stanno operando.
Prima di partire per il Portogallo, la gara Inter-Torino con risultato finale di 0-0 conferma i 4 punti di distacco dall’Inter e avvicina il Torino alla vittoria del suo quarto campionato consecutivo.

Il volo, dopo uno scalo a Barcellona, si avvia verso Torino, e alle 16:55 inizia le manovre di atterraggio. Le condizioni atmosferiche non sono felici. Oltre alla pioggia e alle forte raffiche di vento, una coltre fittissima di nubi si abbassa sulla città rendendo la visibilità molto precaria.

Il Torino di quegli anni è una corazzata quasi indistruttibile. Non a caso, Vittorio Pozzo, l’allenatore più vincente nella storia del calcio (l’unico a conquistare due titoli mondiali), prima del ritiro nel 1948, aveva innestato nella nazionale italiana un buon numero di calciatori granata, in preparazione dei campionati del mondo in programma nel 1950 in Brasile. Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Eusebio Castigliano, Guglielmo Gabetto, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Valentino Mazzola, Mario Rigamonti, sono solo alcuni dei grandi nomi che impauriscono le compagini avversarie: dovunque vadano, i giocatori granata sono per tutti il “Grande Torino”.

Oltre ai collaboratori tecnici e ai dirigenti, anche la stampa segue gli eventi internazionali della squadra. Sono presenti sul volo Renato Casalbore (fondatore e direttore di Tuttosport), Renato Tosatti (La Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa). Alle ore 17:03 il velivolo riesce a trovare un varco nella nebbia e si prepara ad atterrare. Ma qualcosa non funziona: forse l’altimetro guasto o una folata di vento improvvisa. I piloti sono sicuri di avere alla propria destra la collina di Superga. Al contrario, ci si stanno dirigendo contro. La velocità è di 180 km/h, la visibilità di soli 40 metri. Nemmeno il tempo di accorgersene e l’aereo si schianta contro il terrapieno posteriore della Basilica di Superga. L’impatto è violento e inesorabile. Le 31 persone a bordo muoiono all’istante.

 
Vittorio Pozzo, abbandonata la carriera di allenatore (oltre alla nazionale, aveva allenato per dieci anni proprio il Torino, ai tempi del primo conflitto mondiale), aveva intrapreso l’attività giornalistica. Era prevista la sua presenza anche durante la trasferta di Lisbona, ma il suo posto venne assegnato al collega Cavallero. Questo caso fortuito, che gli salvò la vita, lo mise però di fronte al triste compito di riconoscere ed aiutare a ricomporre i corpi mutilati dei suoi amici e di molti suoi allievi.

Gli altri club italiani si accordarono “a tavolino” decretando la vittoria del Torino e le quattro gare rimaste furono giocate dai ragazzi delle giovanili. La nazionale italiana giocò per un anno intero con il lutto al braccio, e l’anno seguente, per i mondiali brasiliani, i giocatori si rifiutarono di raggiungere il Brasile in volo, preferendo una lunga e stancate traversata navale.

sabato 25 aprile 2015

70 anni… e non sentirli



Mardocchio e mardocchiati / san Giobbe aveva i bachi / medicina medicina / un po’ di cacca di gallina / un po’ di cane un po’ di gatto / domattina è tutto fatto / singhiozzo singhiozzo / albero mozzo / vite tagliata / vattene a casa / pioggia pioggia / corri corri / fammi andare via i porri…

Con gli occhi chiusi e le mani che coprono le orecchie, Cecilia recita questa filastrocca senza senso dandole l’unico valore possibile: la capacità di distrarla dal pericolo che incombe. Cecilia è una bambina, ingenua e birbante, ignara dell’immane catastrofe in cui si trova, inconsapevole protagonista de La notte di San Lorenzo, una delle pellicole più tenere e disincantate (e purtroppo anche meno conosciute) sulla Resistenza italiana. Un racconto che i fratelli Taviani iniziano mostrando il momento più dolce che possa esserci, il matrimonio, coronamento dell’amore di due persone semplici; subito dopo arrivano i feriti e la guerra, il morbo che per la brama di pochi mette tutti l’uno contro l’altro.

Ma tutte le guerre si avviano, prima o poi, alla conclusione, e il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale pone i tedeschi di fronte al dilemma “arrendersi o perire”. È l’inizio del cammino che porterà il popolo italiano ad una nuova fase della propria storia… alla conquista della democrazia… all’istituzione della Repubblica…

Che bella parola: liberazione! Cito da un noto vocabolario: “l’atto, il fatto di liberare, di liberarsi o di essere liberato (da una soggezione, da un male, da un vincolo, da un controllo, ecc.)”. In pratica, tutto ciò che consente all’uomo civile la realizzazione della propria “libertà di azione”. Libertà di azione espressa nella stessa carta costituzionale che tutti noi, cittadini italiani, accettiamo implicitamente fin dalla nascita: “La libertà personale è inviolabile”.

Sarà che il tempo passa e i 70 anni trascorsi rendono la nostra libertà un’anziana signora ormai in pensione (beata lei che può). Sarà che agli italiani piace sempre divertirsi (almeno questo!). Sarà che ormai il ‘900 è trascorso da un pezzo e bisogna guardare avanti e scrivere il futuro, ma il  futuro è spesso una riscrittura in altro stile del passato. Sarà quel che sarà… ma pare ormai che quell’anziana settantenne abbia iniziato da tempo e inesorabilmente la sua regressione senile. E invece di mostrare, matura qual è, la via da seguire per allontanarci definitivamente dall’infamia delle ceneri in cui è nata, sembra assomigliare sempre più a Cecilia, la bambina che chiude gli occhi, si tappa le orecchie e recita una incomprensibile filastrocca nei momenti difficili, tanto per esorcizzare la paura, tanto per non impegnarsi direttamente nella risoluzione dei problemi, tanto per aspettare che siano altri ad intervenire.

Cos’è la libertà oggi, nel nostro Paese? Di sicuro non una delle preoccupazioni principali, visto che figuriamo al 73° posto nell’Indice annuale sulla libertà di stampa (cos’ha la fredda Finlandia che a noi manca?). E le altre libertà? Siamo messi così male? Beh, no: se guardiamo altrove, il 73° posto non è nemmeno il gradino più basso che siamo in grado di raggiungere. Abbiamo la libertà di voto, ad esempio. Possiamo decidere chi ci deve governare: la cosiddetta democrazia rappresentativa, brillantemente illustrata da Gaber come quella forma di potere popolare che “fa sì che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che sceglie un candidato, che tu non sai chi è e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: Lei non sa chi sono io!”

Se ci fosse un indice che misura la libertà di voto nei Paesi del mondo, il 73° posto potrebbe addirittura risultare una posizione d’onore. Eh, sì, perché (in teoria) la democrazia rappresentativa imporrebbe (brutto verbo, ma non posso farne a meno) la scelta di un’altra persona a cui l’elettore delega l’onore e l’onere di governare, prendendo decisioni importanti anche al suo posto. Nel nostro Paese “libero” la questione non è di certo così semplice. A noi italiani è concesso al massimo il diritto a mettere una croce su un simbolo, un disegnino più o meno discutibile che rappresenta una lista di nomi prestabiliti, tra i quali non possiamo effettuare alcuna selezione. Se nel frattempo qualche candidato ci è diventato antipatico o ha perduto credibilità ai nostri occhi… pazienza: il partito ha deciso che deve “salire” per forza. Ma non finisce qui, c’è un’altra fregatura. Tutti gli eletti hanno (loro sì) la libertà di fare del voto dell’elettore quello che meglio credono, passando da una parte all’altra come se niente fosse, occupando gruppi parlamentari a piacere e fregandosene altamente del pensiero dei cittadini. Se l’elettore potesse votare per Tizio, e questi, durante la legislatura, dovesse decidere di cambiare schieramento, dovremmo farcene una ragione: Tizio continuerà ad avere tutte le carte in regola per sedere tra gli scranni, in quanto scelto dal popolo. Ma se l’elettore non ha la possibilità di votare per Tizio, ma solo scegliere un partito, dalla cui lista vengono selezionati 10 eletti “onorevoli”, sarebbe giusto, etico, morale, necessario, che fino al termine della legislatura quei 10 eletti piazzassero il loro deretano sempre sulla stessa poltroncina, altrimenti il rispetto degli elettori andrebbe a farsi benedire. L’elettore ha votato un partito, non la persona, e se uno dei 10 eletti volesse cambiare schieramento, dovrebbe correttamente dimettersi e ricandidarsi alle successive elezioni, lasciando il suo posto all’11° della lista, e così via fino al termine delle “graduatorie” (già, ma le graduatorie valgono solo per il mondo dei lavoratori precari), almeno fino quando non sarà reintrodotto il voto di preferenza.

Ecco, una delle caratteristiche che il nostro Paese ha conquistato a fatica nel corso di questi 70 anni, è di certo l’originalità della sua democrazia rappresentativa, una democrazia che consente il governo a gruppi di persone non votate dagli elettori e la presenza di un Parlamento che non rispecchia, nella sua distribuzione politica, la volontà degli elettori.


Cara la mia libertà, nonna di tutti noi italiani… tu che per noi nascesti un caldo mercoledì primaverile, quel 25 aprile del 1945… Tutto ti si può dire, fuorché il fatto che porti male i tuoi primi 70 anni. Intere generazioni sono passate, un nuovo millennio ci ha aperto le porte accompagnandoci nel futuro, ma tu non vuoi proprio invecchiare. Altro che demenza senile! Tu sembri ancora Cecilia, piccola, ingenua, inconsapevole e innocente, e con le mani alle orecchie e gli occhi chiusi continui a mormorare: pioggia pioggia / corri corri / fammi andare via i porri…