Mardocchio e mardocchiati / san Giobbe aveva i
bachi / medicina medicina / un po’ di cacca di gallina / un po’ di cane un po’
di gatto / domattina è tutto fatto / singhiozzo singhiozzo / albero mozzo / vite
tagliata / vattene a casa / pioggia pioggia / corri corri / fammi andare via i
porri…
Con gli occhi chiusi e
le mani che coprono le orecchie, Cecilia recita questa filastrocca senza senso dandole
l’unico valore possibile: la capacità di distrarla dal pericolo che incombe.
Cecilia è una bambina, ingenua e birbante, ignara dell’immane catastrofe in cui
si trova, inconsapevole protagonista de La
notte di San Lorenzo, una delle pellicole più tenere e disincantate (e
purtroppo anche meno conosciute) sulla Resistenza italiana. Un racconto che i fratelli
Taviani iniziano mostrando il momento più dolce che possa esserci, il
matrimonio, coronamento dell’amore di due persone semplici; subito dopo
arrivano i feriti e la guerra, il morbo che per la brama di pochi mette tutti l’uno
contro l’altro.
Ma tutte le guerre si
avviano, prima o poi, alla conclusione, e il 25 aprile 1945 il Comitato di
Liberazione Nazionale pone i tedeschi di fronte al dilemma “arrendersi o perire”.
È l’inizio del cammino che porterà il popolo italiano ad una nuova fase della
propria storia… alla conquista della democrazia… all’istituzione della Repubblica…
Che bella parola:
liberazione! Cito da un noto vocabolario: “l’atto, il fatto di liberare, di
liberarsi o di essere liberato (da una soggezione, da un male, da un vincolo,
da un controllo, ecc.)”. In pratica, tutto ciò che consente all’uomo civile la
realizzazione della propria “libertà di azione”. Libertà di azione espressa nella
stessa carta costituzionale che tutti noi, cittadini italiani, accettiamo
implicitamente fin dalla nascita: “La libertà personale è inviolabile”.
Sarà che il tempo passa
e i 70 anni trascorsi rendono la nostra libertà un’anziana signora ormai in
pensione (beata lei che può). Sarà che agli italiani piace sempre divertirsi
(almeno questo!). Sarà che ormai il ‘900 è trascorso da un pezzo e bisogna
guardare avanti e scrivere il futuro, ma il
futuro è spesso una riscrittura in altro stile del passato. Sarà quel
che sarà… ma pare ormai che quell’anziana settantenne abbia iniziato da tempo e
inesorabilmente la sua regressione senile. E invece di mostrare, matura qual è,
la via da seguire per allontanarci definitivamente dall’infamia delle ceneri in
cui è nata, sembra assomigliare sempre più a Cecilia, la bambina che chiude gli
occhi, si tappa le orecchie e recita una incomprensibile filastrocca nei
momenti difficili, tanto per esorcizzare la paura, tanto per non impegnarsi
direttamente nella risoluzione dei problemi, tanto per aspettare che siano
altri ad intervenire.
Cos’è la libertà oggi, nel
nostro Paese? Di sicuro non una delle preoccupazioni principali, visto che
figuriamo al 73° posto nell’Indice annuale sulla libertà di stampa (cos’ha la
fredda Finlandia che a noi manca?). E le altre libertà? Siamo messi così male?
Beh, no: se guardiamo altrove, il 73° posto non è nemmeno il gradino più basso
che siamo in grado di raggiungere. Abbiamo la libertà di voto, ad esempio.
Possiamo decidere chi ci deve governare: la cosiddetta democrazia
rappresentativa, brillantemente illustrata da Gaber come quella forma di potere
popolare che “fa sì che tu deleghi un partito, che sceglie una coalizione, che
sceglie un candidato, che tu non sai chi è e che tu deleghi a rappresentarti
per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: Lei non sa chi sono
io!”
Se ci fosse un indice
che misura la libertà di voto nei Paesi del mondo, il 73° posto potrebbe addirittura
risultare una posizione d’onore. Eh, sì, perché (in teoria) la democrazia
rappresentativa imporrebbe (brutto verbo, ma non posso farne a meno) la scelta
di un’altra persona a cui l’elettore delega l’onore e l’onere di governare,
prendendo decisioni importanti anche al suo posto. Nel nostro Paese “libero” la
questione non è di certo così semplice. A noi italiani è concesso al massimo il
diritto a mettere una croce su un simbolo, un disegnino più o meno discutibile
che rappresenta una lista di nomi prestabiliti, tra i quali non possiamo effettuare
alcuna selezione. Se nel frattempo qualche candidato ci è diventato antipatico
o ha perduto credibilità ai nostri occhi… pazienza: il partito ha deciso che
deve “salire” per forza. Ma non finisce qui, c’è un’altra fregatura. Tutti gli
eletti hanno (loro sì) la libertà di fare del voto dell’elettore quello che
meglio credono, passando da una parte all’altra come se niente fosse, occupando
gruppi parlamentari a piacere e fregandosene altamente del pensiero dei
cittadini. Se l’elettore potesse votare per Tizio, e questi, durante la
legislatura, dovesse decidere di cambiare schieramento, dovremmo farcene una
ragione: Tizio continuerà ad avere tutte le carte in regola per sedere tra gli
scranni, in quanto scelto dal popolo. Ma se l’elettore non ha la possibilità di
votare per Tizio, ma solo scegliere un partito, dalla cui lista vengono
selezionati 10 eletti “onorevoli”, sarebbe giusto, etico, morale, necessario,
che fino al termine della legislatura quei 10 eletti piazzassero il loro
deretano sempre sulla stessa poltroncina, altrimenti il rispetto degli elettori
andrebbe a farsi benedire. L’elettore ha votato un partito, non la persona, e
se uno dei 10 eletti volesse cambiare schieramento, dovrebbe correttamente
dimettersi e ricandidarsi alle successive elezioni, lasciando il suo posto all’11°
della lista, e così via fino al termine delle “graduatorie” (già, ma le
graduatorie valgono solo per il mondo dei lavoratori precari), almeno fino
quando non sarà reintrodotto il voto di preferenza.
Ecco, una delle
caratteristiche che il nostro Paese ha conquistato a fatica nel corso di questi
70 anni, è di certo l’originalità della sua democrazia rappresentativa, una
democrazia che consente il governo a gruppi di persone non votate dagli
elettori e la presenza di un Parlamento che non rispecchia, nella sua
distribuzione politica, la volontà degli elettori.
Cara la mia libertà,
nonna di tutti noi italiani… tu che per noi nascesti un caldo mercoledì
primaverile, quel 25 aprile del 1945… Tutto ti si può dire, fuorché il fatto che
porti male i tuoi primi 70 anni. Intere generazioni sono passate, un nuovo
millennio ci ha aperto le porte accompagnandoci nel futuro, ma tu non vuoi
proprio invecchiare. Altro che demenza senile! Tu sembri ancora Cecilia,
piccola, ingenua, inconsapevole e innocente, e con le mani alle orecchie e gli
occhi chiusi continui a mormorare: pioggia pioggia / corri corri
/ fammi andare via i porri…

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